Tra Arberia calabrese e Albania, intervista con Carlo Pellicano

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Carlo Pellicano

Carlo Pellicano è originario di Frascineto (CS). Conclude gli studi in Scienze Politiche all’Università della Calabria nel 2004 per iniziare a lavorare lo stesso anno presso lo Sportello Linguistico di Frascineto. Nel 2009 si trasferisce in Albania dove occupa per due anni il ruolo di consulente Hr e Internal Auditor per la Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Dal 2011 collabora con l’Istituto Italiano di Cultura come insegnante della lingua italiana per stranieri e somministratore d’esame per le prove Celi e Cils in partnership con l’Università per Stranieri di Perugia e Siena. Dal 2014 formatore linguistico e membro dell’ufficio recruiter nel settore del customer care.

Un calabrese che “emigra” in Albania. Vuoi raccontarci brevemente come nasce l’idea, cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

Più che di emigrazione parlerei di un ritorno. Da arbëreshë ho sempre vissuto con l’idea del mito di Skanderberg, l’eroe nazionale d’Albania, protagonista assoluto di una storia tramandata nei secoli e che mi ha sempre motivato ad approfondire l’idea di appartenenza ad una identità storicamente determinata ma sempre poco conosciuta. In un momento non molto illuminante della mia carriera professionale, dopo 5 anni come operatore di Sportello Linguistico presso vari comuni arbëreshë e soprattutto da quando conobbi colei che poi sarebbe diventata mia moglie, iniziai a interessarmi attraverso la rete, della realtà socio-economica del paese e dell’emergente mercato del lavoro. Nel 2009 mi candidai ad una vacancy della Cooperazione Italiana allo Sviluppo che mi diede la possibilità di inserirmi in una nuova realtà professionale di grande crescita e che nel futuro determinerà fortemente il mio destino. Da li a breve incominciai a collaborare con l’Istituto Italiano di Cultura, inizialmente  come osservatore silente durante le prove d’esame di certificazione della lingua italiana Celi e successivamente con progetti culturali e l’insegnamento, spinto anche a mantenere un filo diretto con la mia componente identitaria italiana, sicuramente valore aggiunto in terra straniera. L’insegnamento della lingua italiana per stranieri in Albania mi ha coinvolto pienamente nella mia dimensione professionale ed è grazie all’IIC che ho potuto formarmi e mettermi in gioco nel corso degli anni affacciandomi al mondo dell’insegnamento e della formazione linguistica come reale svolta professionale della mia vita. Oggi ho orientato le mie competenze verso il linguaggio settoriale, visto anche l’emergere di numerose aziende italiane in Albania,  e da due anni faccio parte di un grande gruppo aziendale leader nel settore del customer care, come reclutatore e formatore linguistico.

Di cosa si occupa l’Istituto Italiano di Cultura a Tirana?

E’ un organismo ufficiale dello Stato Italiano ed ha come obbiettivo la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana in Albania attraverso l’organizzazione di eventi culturali per ”.. favorire la circolazione delle idee, delle arti e delle scienze”. Un ulteriore attività di spicco sono appunto i corsi di lingua e cultura italiana e la certificazione della stessa attraverso partnership importanti con l’Università per Stranieri di Perugia e di Siena.

Vuoi parlare di qualche progetto in particolare, magari che riguardi la Calabria?

Diverse sono state le iniziative che hanno coinvolto la Calabria ed in particolare la cultura arbëreshë. Potrei citare la partecipazione alla fiera del libro di Tirana di Carmine Abate, autore tradotto in albanese e amatissimo nel paese delle aquile, la presentazione da parte della sezione di Albanologia dell’Unical dell’Opera Omnia di Girolamo De Rada, personaggio noto come autore letterario e  considerato in Albania il “Manzoni della cultura albanese”, eventi musicali come il concerto della Spasulati Band, che ha riscosso grande successo in capitale nonché la partecipazione al Festival Internazionale dei Diritti Umani organizzato dall’Accademia Del Cinema “Marubi” e che ha visto tra i suoi protagonisti un mio personale spettacolo musicale dal titolo “Aquile e Briganti”, racconto poetico e musicale di una identità radicata all’ombra del Pino Loricato e solcata dal vento della memoria, traccia un escursus riprendendo la tradizione musicale calabro-arbereshe. In quella occasione, unica permormance “italiana” in un programma a caratura internazionale, mi accompagnò l’amico e maestro Luigi Stabile di Morano Calabro con i suoi antichi strumenti.

Lingua arbëreshë e attuale idioma albanese. Legami? Differenze?

1475796_646597172120800_1773256576532348464_nPersonalmente penso che la differenza sostanziale sia nell’uso.  L’albanese, o per meglio essere corretti lo “shqipe”, è una lingua condivisa da un popolo territorialmente determinato, che include storicamente due macro varianti: il “ghego” e il ‘tosko”. Nei secoli questa lingua ha percorso l’evoluzione sociale, politica e di sviluppo generale del paese e dei suoi territori di confine, un tempo Albania, oggi minoranze territoriali appartenenti alla Grecia, alla Macedonia e al Montenegro, nonché’ il Kosovo, giovane stato indipendente. Una lingua ufficiale. L’arbëreshë rimane una lingua di appartenenza etnica, di distinzione culturale di un popolo che ha vissuto un processo migratorio complesso stabilendosi in Italia più di 5 secoli fa, aggrappato ad una cultura rurale e che in parte rimane congelata nel lessico a quelli che nella sociolinguistica vengono definiti ‘luoghi dell’oralità come i piccoli rioni dei paesi, le strutture familiari e degli antichi mestieri. Dall’altra parte una lingua che da sempre tenta di adattarsi alle epoche attraverso il fenomeno della traslitterazione, contaminando il proprio lessico con italianismi oggi diventati quasi distintivi di questa lingua di minoranza.

Com’è cambiata in questi anni l’Albania?

Penso che l’Albania ‘moderna’ ponga nel cambiamento il distintivo ruolo di “piccola Cenerentola dei Balcani”. Alla fine degli anni ’80, dopo la caduta del muro di Berlino, gli albanesi sognavano la democrazia come svolta epocale di apertura a quel mondo che per 50 anni gli era stato raccontato come nemico. In realtà quella piccola élite culturale che si annidava nella rivolta studentesca e che portò alla caduta definitiva del regime, non aveva fatto i conti con la radicata cultura della diffidenza diffusa  tra il popolo e la reale incapacità di interpretare nel breve periodo il reale valore della democrazia. Gli anni 90 hanno segnato profondamente questa terra, stravolta da un emorragico flusso migratorio verso l’estero e il completo abbandono delle aree rurali e agricole, un tempo vissute nella gestione cooperativistica del “Partito del lavoro”. Con l’ultima crisi del ’97, dopo il crollo di società finanziarie che per anni avevano ingannato i piccoli risparmiatori albanesi ad investire in strutture piramidali, e che portò il paese al limite di una guerra civile, l’Albania ha ritrovato un primo vero spiraglio di cambiamento. Oggi l’Albania è un paese “attuale”, vive i processi di cambiamento globali con il vantaggio di poter sperimentare su un patrimonio territoriale ma soprattutto intellettuale giovane, capace di approdare nel mercato globale grazie a bagagli formativi maturati all’estero e oggi rimessi in gioco dal rientro in patria di brillanti laureati, tanti dall’Italia, che mettono a disposizione le proprie capacità per la crescita del paese. Tante ancora le contraddizioni ma sono convinto che il tempo darà ragione a questa giovane Albania.

…e la Calabria?

Non saprei. Chi rientra per le vacanze per poi ripartire non ha la reale percezione del cambiamento del territorio. Le problematiche vanno vissute e osservate nel quotidiano. Rischiare quindi di cadere in facili qualunquismi, esprimendo sterili critiche mi costringerebbe a maturare un punto di vista poco obiettivo. Chi è rimasto deve a mio avviso continuare a seguire il sogno del cambiamento di un territorio ricco di risorse e unicità, magari rinunciando al facile guadagno per godersi l’entusiasmo del pensare e del fare. Qui sta accadendo, qui in Albania.