A colloquio con lo scrittore Fabrizio Schepisi: il romanzo d’esordio Le forme (Polidoro Editore) approda nella sua Reggio Calabria

Pubblicato da Polidoro Editore nella collana Interzona –   che ha portato Monica Pareschi al Premio Campiello e Hilary Tiscione al Premio Strega – il romanzo “Le forme” dello scrittore reggino Fabrizio Schepisi è stato presentato a Milano lo scorso 9 aprile e continua il suo percorso nelle  città italiane.

L’8 maggio, presso la libreria Ave-Ubik di Reggio Calabria alle ore 18, arriverà finalmente “a casa”.

L’opera è ambientata su un’isola che non conosce il resto del mondo né il concetto di Dio, e in cui le emozioni negative sono state abrogate grazie a un meccanismo con cui la Gestione fa coincidere la fondazione della città con la fine del dolore e la fine della morte. Il protagonista, demolitore di edifici del primo urbanesimo e poi scultore al servizio della Gestione, si troverà ad affrontare eventi dolorosi (il presunto suicidio del padre e la scomparsa del fratello e della fidanzata), senza gli strumenti per accettarli ed elaborarli. È in questo spazio senza lutto né linguaggio del dolore che Schepisi costruisce Le forme: un romanzo in cui il protagonista ripercorre la storia della fondazione urbana e la propria storia personale – in parte dimenticata – mentre la sua ricerca dei cari scomparsi lo porta a incrociare un gruppo di ribelli che vuole restituire al mondo la violenza perduta da secoli.

La collana è curata da Orazio Labbate, autore siciliano cui la critica contemporanea attribuisce la fondazione del gotico siciliano. Tra i riferimenti dichiarati dall’autore – senza alcuna pretesa di imitazione – la Trilogia Cosmica di C.S. Lewis, Riddley Walker di Russell Hoban, il ciclo di Gormenghast di Peake, L’incanto del lotto 49 di Pynchon e lo stile del Vittorini di Conversazione in Sicilia.

 

«La notte del 24 settembre del 377, mio padre tirò un lungo respiro ed entrò nel mare. Nelle mie sere più dure, quando gli sto a fianco in un qualche sogno e ho come l’impressione di fondermi con lui un momento prima del tuffo, riesco a vedermi dondolato da una forte risacca. Mi aggrappo ad alghe e speroni di roccia per trascinarmi verso le sagome che aspettano oltre il nero pece del mare fondo. Un momento prima del tuffo, sopra la mia testa, le nuvole di un cielo autunnale violento e inflessibile disegnano forme di ogni tipo. Una volta che i miei occhi – o dovrei dire, piuttosto, i nostri occhi? – sono diventati un tutt’uno coi colori del mare, il cielo non ci appartiene più, non ci curiamo di osservarlo, lo lasciamo in eredità a quelli che restano indietro. Se mio fratello fosse presente, ne sono sicuro, riuscirebbe a distinguere la forma di un leone. Nelle nuvole, nelle onde, nella spuma del mare, soffice e impetuosa al pari d’una criniera».

 

Incipit Le forme (Polidoro Editore)

 

Fabrizio Schepisi, il suo romanzo è ambientato in un’isola in cui il dolore è stato abolito. È una metafora della società contemporanea – che oscilla tra l’eliminazione del dolore e la sua spettacolarizzazione – o qualcosa di più personale?

Entrambe le cose. Nasce da un’esperienza personale del dolore, formativa per ogni essere umano, vissuta e osservata nelle persone a me vicine. Da quel nucleo si sviluppa anche la dimensione metaforica: il dolore che viene spesso edulcorato o liquidato in maniera approssimativa nell’opinione comune.

Ho immaginato un’isola situata nel nostro mondo, ma che non conosce il resto del mondo: un luogo in cui l’amministrazione governativa è riuscita a estirpare il dolore non nella realtà, ma in senso foucaultiano. Chiunque lo sperimenti si sente a rischio di esclusione dalla società. È esattamente la condizione del narratore in prima persona.

Naturalmente il libro deve essere esperibile per ogni lettore: per questo anche l’esperienza personale si è trasformata in struttura narrativa.

Il protagonista – demolitore prima, scultore poi – non ha gli strumenti per elaborare la perdita. Quanto è stato difficile costruire e far parlare un personaggio che soffre senza saperlo fare?

Difficilissimo. Non volevo banalizzare il concetto, ma nemmeno renderlo troppo descrittivo nel senso canonico della narrazione realistica. Ho lavorato molto sulle strutture postmoderne: la sofferenza emerge non solo dalla voce narrante in prima persona, sempre sul filo dell’ammettere e non ammettere il dolore, ma anche dalla costruzione di un contesto sociale fittizio e, in qualche modo, metonimico, attraverso inserti enciclopedici e documentazione amministrativa in cui la Gestione prescrive come l’isolano debba vivere e interpretare tale sofferenza. Questi tre livelli – la voce del protagonista, gli inserti ergodici (l’autore non racconta una storia che si snoda in una sola direzione, ma dissemina tra le pagine il materiale per costruirla insieme al lettore, ndr), gli snodi narrativi più episodici e densi di azione – creano una contraddizione: in una società che non autorizza il dolore, il personaggio lo sperimenta comunque, dentro di sé.

Vittorini da una parte e una letteratura post-apocalittica e postmoderna dall’altra, tra i suoi riferimenti dichiarati. Come ha tenuto insieme questi due macrocosmi letterari? E – in qualche modo – può, nella sua opera, trovarsi qualche riferimento alle calviniane “Città invisibili”?

Sono un lettore onnivoro ma il genere postmoderno è quello che sento più affine alle mie corde – che, peraltro, non è mai al cento per cento futuristico. Pensiamo a Super-Eliogabalo di Arbasino, profondamente postmoderno eppure costruito sulla metrica latina; o a Mason & Dixon di Pynchon, che si nutre del modo di scrivere settecentesco; John Barth fa la stessa cosa. Il postmoderno non liquida l’esperienza stilistica: le dà una nuova struttura.

Vittorini per me è un riferimento soprattutto per la metrica della sua prosa, e questo non ha liquidato l’impostazione postmodernista del romanzo. Anche Conversazione in Sicilia, del resto, ha una struttura episodica, sebbene non faccia parte pienamente della corrente.

Quanto a Le città invisibili di Calvino, non è stato un mio riferimento consapevole, ma la dimensione architettonica è centrale nel libro: la costruzione della città sull’isola sostituisce la religione e crea la mitologia isolana. In un mondo che non conosce Dio – non lo conosce proprio come esperienza cognitiva – l’edificazione urbana diventa il mito fondativo. Ci sono molte sezioni dedicate al cosiddetto anno zero: il romanzo è ambientato nel 391 del tempo diegetico, ma il protagonista si fa narratore interiore anche della fondazione della città. In quella dimensione architettonica, nel fare architettura, si forgia l’uomo moderno anche come tipologia fisica. Un personaggio che si chiama Tito è uno dei padri fondatori e avrà un’evoluzione molto importante, anche nel suo rapporto con la città.

Ci racconti il processo creativo, dall’idea primigenia alle scelte stilistiche. Dolore e scrittura: si può dire che quest’ultima sia un processo catartico?

Il romanzo ha avuto una lunga gestazione come idea, ma si è davvero sbloccato quando è entrato in un percorso editoriale. L’idea risaliva a più di dieci anni fa – avevo scritto una sessantina di pagine – poi ho avuto la fortuna di conoscere l’editor di Polidoro, Orazio Labbate: parlando di letteratura ci siamo trovati subito in sintonia, gli ho mostrato il materiale e lui mi ha invitato a continuare. I diciotto mesi di scrittura all’interno di quel percorso sono stati impegnativi, un lavoro difficile e certamente catartico.

È stata, peraltro, una scrittura prevalentemente tardo-serale e notturna. Mann parlava di un eroismo della debolezza: se vogliamo scrivere dobbiamo accettare questa dimensione del dolore nella scrittura, a volte lacerante ma anche necessaria – se è quello che si vuole fare.

Cosa ha significato essere accolto da Polidoro Editore, e da Orazio Labbate, e entrare in una collana che ha già pubblicato finalisti al Campiello e allo Strega?

È stato un processo sorprendentemente sereno, che non mi ha schiacciato sotto il peso della responsabilità. L’editing di Orazio Labbate è maieutico più che prescrittivo: ti aiuta a capire dove lui vorrebbe che tu calcassi, ma soprattutto dove tu stesso vorresti calcare, senza forzarti in nulla. È possibile anche per la natura della collana, ispirata a un’idea burroughsiana – l’interzona, la zona di confine – che mette la libertà creativa al primo posto. Non c’è stato nulla di censorio: tante conversazioni sulla forma-romanzo, sullo stile, sui riferimenti letterari, su come sentivo che stesse evolvendo la scrittura. E nel corso di quel lavoro si è costruito un rapporto di fiducia autentica, che è diventata anche amicizia.

Quella fiducia mi ha fatto sentire protetto anche nella fase più difficile della scrittura. In ogni caso, in qualsiasi forma si manifesti – leggera o più invasiva – l’editing è oggi una dimensione fondamentale, soprattutto in un panorama editoriale in cui le pubblicazioni crescono esponenzialmente.

Sta lavorando a un nuovo romanzo?

Sì, anche se è presto per parlarne. Ho già scritto le prime ottanta pagine.

Mentre le auguriamo un felice esito per la prossima opera, ci avviciniamo all’8 maggio e alla presentazione di Le forme alla Libreria Ave Ubik, alle ore 18 nella sua città. Che rapporto ha con Reggio, emozioni particolari?

Emozioni tantissime. E stratificate. Amo la mia città, e la Libreria Ave è uno dei luoghi della mia infanzia: presentare Le forme in quella sede ha per me un valore enorme. C’è poi il mare, che ha un’importanza decisiva nel romanzo: una delle sofferenze “non autorizzate” del protagonista è non sapere se suo padre si sia gettato in mare per togliersi la vita o stesse semplicemente nuotando.

Avevo in mente luoghi precisi della mia vita – luoghi calabresi, di Reggio e della sua provincia. Quindi, sì: tanta emozione. Voglio ringraziare in modo particolare la libreria Ave Ubik e Fabio Saraceno, a cui avevo spiegato quanto ci tenessi a essere lì, per ragioni prima di tutto sentimentali. Sono molto orgoglioso di presentare il libro insieme a loro, e spero che i miei conterranei riescano a cogliere nel romanzo – per quanto non sia una narrazione classica – le parti di Calabria che ci sono confluite dentro. Il mio invito? A una lettura anche “sentimentale” di questo libro.