(Ita) Aniello Arena chiude il Festival Horcynus Orca

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Con “Come un granello di sabbia” e “A-solo, Studi di assenza in pubblico” due prime nazionali per l’edizione invernale dell’evento di Reggio Calabria

Salvatore Arena in "Come un granello di sabbia. Giuseppe Gulotta storia di un innocente"
Salvatore Arena in “Come un granello di sabbia. Giuseppe Gulotta storia di un innocente”

Su quel sottile confine tra finzione e realtà in cui si muove sempre il teatro, su una linea d’orizzonte in cui verità e rappresentazione si intrecciano per cercare sfumature e interrogativi, si affaccia il percorso di ricerca della sezione teatrale del Festival Horcynus Orca, appena conclusosi nella sua edizione invernale a Reggio Calabria.

Dopo gli eventi dedicati al cinema e alla musica, con gli appuntamenti dedicati al teatro contemporaneo la manifestazione raggiunge esiti molto stimolanti, attraverso le scelte del direttore artistico Massimo Barilla. Due spettacoli in prima nazionale, due storie profondamente diverse, ma idealmente speculari, che mettono in discussione il comune senso del concetto di libertà.

In apertura del Festival, il 30 ottobre, è andato in scena al Teatro F. Cilea, “Come un granello di sabbia – Giuseppe Gulotta, storia di un innocente” – produzione Mana Chuma Teatro-Festival Horcynus Orca – testo e regia dello stesso Barilla e di Salvatore Arena, che ne è anche l’attore protagonista. È la storia vera di Giuseppe Gulotta, muratore diciottenne che nel 1976 finisce in carcere con l’accusa di aver preso parte all’eccidio della caserma di Alcamo dove morirono due carabinieri. Dopo una sentenza passata in giudicato e ventidue anni di carcere, un ex-ufficiale dell’Arma scagiona completamente l’uomo: la sua confessione era stata estorta con le minacce e le torture. Un clamoroso errore giudiziario raccontato in un monologo estremamente coinvolgente, l’orrore dell’ingiustizia, la paura, il carcere quasi come il rifugio dalla violenza, la speranza un giorno di liberarsi dell’onta di un crimine mai commesso. Una storia che viene “data” completamente allo spettatore, attraverso un’adesione vivissima alla vicenda umana del protagonista. Il teatro si fa qui testimonianza civile, forma pubblica di riscatto, e mette in guardia sui pericoli che in ogni società corre la libertà di ognuno, schiacciata sotto il peso di un potere che intreccia trame occulte per piegare a sé la vita del Paese. Un tema spesso trattato dalla compagnia reggina, una delle più interessanti del panorama nazionale del teatro contemporaneo.

Come in uno specchio, a questa storia di straordinaria ingiustizia fa da contraltare quella dell’attore ergastolano Aniello Arena, che ha debuttato con il suo spettacolo “A-Solo. Studi di assenza in pubblico”, il 13 novembre al Teatro Cilea, come evento conclusivo del Festival. Napoletano, camorrista, condannato per strage, la sua è una vicenda di giustizia esemplare. Arena si avvicina al teatro con la Compagnia della Fortezza, che da anni lavora all’interno del carcere di Volterra. Un percorso sorprendente che da oltre 15 anni lo vede impegnato in numerosi spettacoli, e che giunge alla consacrazione con il film “Reality” di Matteo Garrone, Grand Prix a Cannes 2012, per il quale ha ricevuto il Nastro d’argento come migliore attore italiano 2013.

Aniello Arena in "A-solo. Studi di assenza in pubblico"
Aniello Arena in “A-solo. Studi di assenza in pubblico”

L’attore dà vita a un esperimento di creazione artistica condivisa, nato attraverso la collaborazione dei gruppi di Pomarance e Volterra, con l’accompagnamento musicale di Andrea Salvadori. Il pubblico, sotto la guida del regista Armando Punzo, viene invitato a farsi parte attiva dello spettacolo. Tra improvvisazione, dialogo e suggestioni letterarie, si lascia coinvolgere e aiuta a costruire una teca all’interno della quale si muove l’attore; una vetrina, – simbolo forse di un certo voyeurismo catodico dei nostri tempi – attraverso la quale gli sguardi si incrociano, le mani si avvicinano, senza mai toccarsi, mentre lo spettatore curioso osserva, spia l’uomo di cui vuole conoscere il dramma vero, brutale.

Ma l’attore non regala la sua storia. Non è lì per raccontare il suo lento riscatto, la vergogna o il rimorso. Quello che mette in scena è piuttosto la trasformazione che in lui ha prodotto il teatro, luogo dove ha potuto indossare maschere, vestire i panni di personaggi sconosciuti, cancellarsi e cancellare la sua vita per prenderne altre, e in queste altre forse ritrovarsi. “Bruciare tutto, non avere niente, non lasciare niente di sé, nessuna traccia, come una vita che passa, come un’esistenza che brucia, che non si ricorda… – scrive Punzo -. Un grande affresco dell’Uomo che tenta di uscire dai suoi confini. Il Teatro”.

Dall’interpretazione del Marat-Sade di Peter Weiss, dall’assassino Tebaldo in Mercuzio non deve morire, all’asino delle Metamorfosi di Ovidio, e poi ancora effeminato, spadaccino, buffo Pulcinella, istrionico Totò, Arena lascia che il teatro lo trasformi: con sguardi, smorfie, espressioni diverse che si susseguono velocemente il suo viso diventa “sempre più complesso”, quasi a voler dire che può anche perdersi nella finzione del teatro, perché “A me la verità non interessa, ma bisogna mentire per essere veritieri”.

“A-solo. Studi di assenza in pubblico” ruota su una dimensione di presenza-assenza, che proviene da un riferimento letterario esplicitato dallo stesso regista: la sospensione del sanatorio de La montagna incantata di Thomas Mann. In quella forma di separazione riecheggia l’isolamento del carcere, che nel teatro diventa un isolamento scelto, non fuga, non costrizione, ma distanza, perché “nel sanatorio si vivono cose che nella pianura non avrebbe mai osato sognare”.

Alla fine, ancora una volta, lo spettatore-voyeur è attratto dall’attore-giullare, si avvicina a spiarlo nella sua teca, perfettamente a suo agio, muto e sardonico, forse ancora ammonisce, con le parole del Sade di Weiss: “Volevi immischiarti nella realtà e lei ti ha messo con le spalle al muro. Io ho rinunciato ad occuparmene, la mia vita è l’immaginazione”. Lo spettatore torna al suo posto divertito, ipnotizzato, conquistato… e con uno strano dubbio. Chi, sul quel palcoscenico, e nella vita, è l’uomo davvero in carcere?

Ancora una volta la Fondazione Horcynus Orca coglie nel segno, e con le sue “MigrAzioni tra terre e mare” – titolo della sezione dedicata al teatro – costringe a lasciare il facile conforto della terraferma e delle certezze della normalità per vagare insieme in quel mare aperto dove, disancorate, le storie “diverse” vanno alla deriva.