(Ita) Horcynus Fest: “Le stanze di Ulrike” lascia il segno

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Uno spettacolo che parte dritto proprio nel mezzo della storia, e poi ripercorre a ritroso, con una regia che batte il tempo di ogni quadro come un metronomo e una protagonista straordinariamente calata nel personaggio, ogni “salto” decisivo. Si è concluso tra gli applausi ieri “Le stanze di Ulrike”, lo spettacolo che ha aperto all’Auditorium Zanotti Bianco la sezione teatrale dell’Horcynus Festival Metamorfosi, in programma fino al 4 aprile sullo Stretto.

Sul palco Silvia Ajelli, autrice e interprete, alla regia Rosario Tedesco, intorno uno spazio scenico ridotto a pedane e fondale nero, con fari a illuminare brutalmente i pochissimi, essenziali, oggetti di una scena, evocativi dei momenti che hanno segnato la scelta di una giornalista, una madre, una moglie, una donna di saltare dall’alto latro della barricata, non limitarsi a scrivere la sua visione della politica ma viverla, imbracciando la lotta armata e la clandestinità. Certo, sono gli anni tra il Sessantotto e la metà dei Settanta e lo spettacolo, una produzione del Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con le Orestiadi di Gibellina, sceglie una storia non convenzionale per indagare le utopie rivoluzionarie novecentesche non tanto nella loro accezione storica, politica, sociale, quanto nella dimensione profondamente femminile e umana di Ulrike Meinhof.

La giornalista e attivista tedesca dal ’68 orientò il suo pensiero verso una posizione sempre più radicale, fino a entrare in clandestinità e a votarsi alla lotta armata: dall’indignazione per la guerra in Vietnam e il dilagare dell’imperialismo americano alla protesta a fianco del movimento studentesco; dalla difesa dei diritti delle donne alle contestazioni contro la politica repressiva del governo tedesco, fino alla proclamazione della lotta armata. Accusata di quattro omicidi e 34 tentati omicidi fu processata, incarcerata e infine vittima, insieme ad alcuni compagni, di una morte violenta dalle cause mai del tutto chiarite.

Ma la storia di Ulrike colpisce il pubblico perché tocca i nervi scoperti non della stagione del terrore, mai del tutto risolta e affrontata in Italia ancor più che in Germania, quanto di una condizione femminile che, ieri come oggi, la società riduce a una dicotomia: se rifiuti di limitarti al tuo ruolo di madre, se getti la maschera dell’ipocrisia e vivi coerentemente ai tuoi ideali politici, non puoi che essere pazza. E anche l’etichetta di terrorista sbiadisce di fronte a quella di madre snaturata e donna scellerata.

L’Horcynus Festival Metamorfosi (evento a cura della Fondazione Horcynus Orca, in collaborazione con Fondazione di Comunità di Messina, Fondazione con il Sud e Cineclub Internazionale Distribuzione, con il finanziamento del PAC Offerta culturale Azione 1 Tipologia B – Annualità 2018) continua con il cinema da stasera a venerdì al Cineteatro Metropolitano (ex dopolavoro ferroviario), con una selezione di titoli a ingresso gratuito: oggi focus Balcani alle 19:00 con il documentario Cinema Komunisto di Mila Turajlic e alle 21:00 con il film Dall’altra parte di Zrinko Ogresta; domani alle 19:00 Sami Blood di Amanda Kernell, una storia di razzismo tra Svedesi e Lapponi; venerdì alle 19:00 il documentario Vangelo di Pippo Delbono, tra storie e volti dei migranti di un centro per richiedenti asilo, per terminare alle 21:00 con la proiezione a inviti del film Sofia di Meryem Benm’Barek.

Domani sempre al Cineteatro Metropolitano il reading dalla nuova co-produzione del festival e Mana Chuma Teatro: “f-Aìda. Eppur cantava ancora” di Salvatore Arena e Massimo Barilla, un racconto di guerre fratricide, un amore omosessuale mai consumato, una segregazione attenuata solo da vecchi dischi d’opera.

Domenica al Cilea “Bestemmia d’amore” di Enzo Avitabile e Pippo Delbono, un concerto in cui le parole diventano musica con per parlare di questo tempo volgare e sacro, nero e luminoso, duro e dolce (ticket 10€). Infine, fino al 4 aprile al Castello Aragonese (Torrione Sud, ingresso di fronte alla Chiesa degli Ottimati) in mostra l’installazione “Casalaina – Primo movimento: prologo del grillo” di Emilio Isgrò, a cura di Marco Bazzini.