(Ita) La Calabria, una miniera archeologica. Per chi ama l’avventura, imperdibile la visita alla Grotta della Monaca

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Foto di www.grottadellamonaca.it

Oltre a parchi e siti archeologici, la Calabria è ricca di grotte e insediamenti paleolitici che testimoniano la sua longeva età.

Tra queste merita senz’altro una visita la Grotta della Monaca. Situata nel comune di Sant’Agata d’Esaro, borgo antico in provincia di Cosenza, sovrastato da un intreccio di montagne del massiccio del Pollino e solcato da copiosi corsi d’acqua, rappresenta oggi uno dei siti minerari preistorici fra i più importanti e ben conservati d’Europa, di grande interesse paleontologico.

I reperti rinvenuti nella cavità carsica, dopo gli scavi condotti a metà degli anni Novanta dal Centro Regionale di Speleologia “Enzo dei Medici” e dall’Università degli Studi di Bari, hanno dimostrato che l’uomo abbia frequentato la grotta fin dal Paleolitico superiore, con un picco di attività intorno al tardo neolitico, quando si attesta un’estrazione intensiva di ferro e di rame, ripresa in epoca post-medievale.

Visitare la Grotta della Monaca è una discesa nella storia del rapporto tra uomo e natura.  Si possono ammirare le impronte di scavo lasciate dai minatori preistorici con gli strumenti del tempo e contemplare il mutevole cromatismo delle diverse mineralizzazioni.

Tre i percorsi accessibili che seguono la conformazione dell’ipogeo che si snoda per circa mezzo chilometro. Il primo percorso (breve) si sostanzia nella visita alla Pregrotta. Si tratta del primo ambiente che s’incontra superata la soglia d’ingresso caratterizzata da una scalinata e da una terrazza panoramica in pietra a vista, posta a 600 metri di altitudine s.l.m., da cui si domina la valle del fiume Esaro. La Pregrotta è un’ampia galleria in leggera salita, dal suolo completamente invaso da un accumulo caotico di macigni che si sono distaccati dalle pareti vicine. Alcuni di questi crolli hanno messo in luce due gallerie estrattive caratterizzate dalla presenza alle pareti di migliaia di picconate e da muri a secco eretti con detriti e scarti di lavorazione. Proseguendo verso l’interno, si arriva al Diaframma, uno stretto passaggio in salita che porta alla Sala dei Pipistrelli. Qui un muro e un cancello metallico proteggono la cavità più interna, contenente varie testimonianze di grande interesse archeologico.

La visita alla Sala dei Pipistrelli insieme alla Pregrotta è inclusa nel percorso medio. Proprio in questa sala, chiamata così per la presenza di una colonia di chirotteri, si trova la concrezione di calcite con sembianze antropomorfe che dà il nome alla grotta, già conosciuta dalla metà dell’ottocento. Il volto della “Monaca”, come si legge sul sito ufficiale, presenta dei ritocchi da parte di mano umana: gli occhi sono stati leggermente scavati nel minerale, il naso è evidenziato da un marcato taglio orizzontale poco sopra il mento.

Le dimensioni di questo ambiente, 60 metri di lunghezza x 30 metri di larghezza, ne fanno  una delle sale ipogee più grandi della Calabria. Gruppi stalagmitici abbelliscono la sala nella sua parte iniziale e finale. Vi si possono ammirare le picconate dei minatori preistorici che testimoniano un’attività mineraria risalente all’età neolitica. Invece degli strumenti metallici, venivano utilizzati picconi in palco di cervo e altri mezzi in osso.

Addentrandosi nella sala dei pipistrelli si arriva a una zona semipianeggiante costituita da deposito argilloso. È l’atrio d’accesso ai cunicoli terminali, dove finisce il percorso medio e continua quello lungo (comprende Pregrotta – Sala dei Pipistrelli e Cunicoli terminali). Qui si trova il cuore del sepolcreto di età protostorica (metà del II millennio a.C.): gli archeologi hanno rinvenuto diverse decine di scheletri sistemati dentro nicchie, ripiani di roccia o piccole camere aperte lungo le pareti perimetrali.

I cunicoli si compongono di tre bassi e stretti budelli, il più lungo di 60 metri, che costringono ad avanzare strisciando per la buona parte del tragitto (non per niente il percorso è indicato come impegnativo). Per questo motivo, la visita è consigliabile a quanti abbiano una pur minima dimestichezza col mondo sotterraneo o con attività di escursionismo tecnico.

Foto di www.grottadellamonaca.it

Nei cunicoli si concentrano le mineralizzazioni di rame che appaiono con chiazze di colore verde e, meno frequentemente, bluastro. Lo sfruttamento di questi minerali risale al IV millennio a.C., come testimonia l’attrezzatura rinvenuta dagli archeologi in questi ipogei.

La visita termina con il “Salto”, chiamato così per il dislivello del percorso. Più avanti è consentito l’accesso solo agli speleologhi.

Oltre che un’esperienza affascinante ed educativa – l’anticamera alla visita della grotta è rappresentata dal Centro visite in cui è possibile avere una panoramica sugli aspetti storici  più importanti – l’esplorazione della cavità ha anche un risvolto ecologista. Per preservare il sottosuolo da ogni inquinamento e degrado la grotta è priva di elettricità. Sarà la luce posta sul casco da speleologo, attrezzatura data in dotazione, a illuminare il percorso di ogni visitatore. Un modo ancora più appassionante, intimo e realistico per addentrarsi nel mondo sotterraneo.

Se vi state domandando quale sia il periodo migliore per visitare queste splendide grotte, vi  rispondiamo subito che gli unici giorni di chiusura sono: il 1 gennaio, il giorno di Pasqua, il 24,  il 25 e il 31 dicembre.

Per chi fosse intenzionato ad andare adesso, a febbraio, potrebbe essere l’occasione di ammirare il Carnevale della Valle dell’Esaro o, se un’ora di macchina non spaventa, arrivare a Castrovillari, per godere di uno dei carnevali storici (il primo risale al 1635), tra i più belli d’Italia.

Per informazioni sulla visita alla Grotta della Monaca vi invitiamo a consultare il sito

Buon viaggio!