(Ita) La mostra Van Gogh Alive al Museo multimediale di Cosenza

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Prima di entrare nella sala multimediale che ospita a Cosenza la mostra Van Gogh Alive – tra le più visitate in tutto in mondo – è necessario lasciare da parte qualsiasi pregiudizio sul concetto di “spazio espositivo”. Sì, perché al posto delle classiche tele appese ai muri troverete oltre 3000 immagini e video digitali proiettati su qualsiasi superficie: sulle pareti, sulle colonne, e persino sul pavimento. Si tratta di un’esperienza davvero “immersiva”: tra le note soffuse di Vivaldi, Bach, Handel, sembra di sentirlo il calpestìo dei piedi sui campi di grano, di attraversare i boulevard parigini, di salire a bordo di quel treno per Arles, di provare empatia per quella vita così tormentata e quella solitudine così profonda.

Dopo una breve rassegna di opere introduttive, le porte della vita di Van Gogh si spalancano su ciascuna fase della sua vita personale e artistica. Dalla giovinezza in Olanda all’incarico presso la prestigiosa Groupil&Cie, lasciato a seguito di una delusione sentimentale, dallo studio eccessivamente zelante e ossessivo dei testi sacri alla volontà di farsi prete fino alla decisione finale di dedicare la vita intera all’arte.

Le sue prime opere raffiguravano un’Olanda povera e triste, fatta di contadini che lavoravano nei campi e consumavano i loro miseri pasti (I mangiatori di patate). Dopo i primi segni della malattia mentale, Vincent si trasferì a Parigi, dove già risiedeva il fratello Theo, che lo sosteneva economicamente: quello parigino fu il periodo più felice dell’artista, in cui venne influenzato positivamente dalla pittura impressionista e si appassionò alle stampe giapponesi; la sua tavolozza cominciò a tingersi di un rosso vivace ed ebbe anche rapporti con artisti coevi, tra cui uno molto turbolento con Paul Gauguin (che emerge chiaramente dai dipinti La sedia di Vincent e La sedia di Gauguin). Successivamente, Van Gogh partì in treno per stabilirsi ad Arles, in Provenza: il sole del Sud gli ispirò i famosi Girasoli («Il girasole mi appartiene, in un certo senso», si legge tra i suoi pensieri proiettati sugli schermi), e fu questo il periodo del “giallo”, dell’ocra, dei campi di grano lucenti, dei fiori. Ma presto i disturbi nervosi torneranno ad affliggere la mente del giovane Vincent: i colori si faranno più scuri e bui, con pennellate intense di blu e verde, come nella celebre Notte Stellata; le inquietudini e le paure sempre più insistenti lo spingeranno al ricovero presso un ospedale psichiatrico, dove dalla sua piccola camera dipingerà i pochi oggetti a disposizione: se stesso nei suoi numerosissimi ritratti, gli iris, i cipressi, le stelle. Una quiete apparentemente ritrovata, poi il colpo, secco, deciso, irrimediabile, che risuona all’interno della sala museale. Lo sparo, i corvi che svolazzano impauriti in un campo, poi più nulla, solo il silenzio e la pace finalmente restituiti a un’anima tormentata, ma che resta tra le più geniali del mondo dell’arte dall’Ottocento a oggi.

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