Breys: la birra 100% reggina con un imprinting unico: creare ricchezza per la città

Una birra 100% reggina. È quella prodotta dal Birrificio reggino, giovane realtà imprenditoriale nata dalla passione di due fratelli, Ferdinando e Dario Polito, che hanno deciso di trasformare quello che era un semplice hobby – l’homebrewing – in un lavoro o meglio in una missione: dare alla città dello Stretto il suo primo microbirrificio, capace di imprimere in una birra l’attitudine, l’ardore, la caparbietà laboriosa della gente del sud che vuole fare impresa.

Dopo un’attenta indagine di marketing portata avanti dal 2014 al 2016, finalmente nell’aprile dello stesso anno la produzione viene avviata e Reggio Calabria può brindare alla Breys, birra icona del made in Reggio.

Fortemente radicato sul territorio, il Birrificio Reggino rappresenta più che un’azienda virtuosa. È una testimonianza tangibile di come sia possibile fare impresa in un contesto come il nostro, partendo da zero!

Abbiamo raggiunto nello stabilimento di Gallico Ferdinando, il “mastro birraio” – Dario ha deciso di approfondire le skill nel settore ingegneristico acquisite con la laurea magistrale – per farci raccontare questa bellissima storia made in Reggio.

Ferdinando, circa due anni di produzione, un’ottima prospettiva di crescita, ma soprattutto un grande fermento creativo. Da dove siete partiti?

Come capita spesso in queste cose, abbiamo iniziato un po’ per gioco. Con mio fratello Dario ci siamo imbattuti in un documentario sull’homebrewing, ovvero su come fare la birra in casa. Da lì è nata una vera e propria passione: compravamo i kit per farci la nostra birra artigianale.

Un passatempo quindi, ma il tuo lavoro invece?

Ero sottoufficiale di finanza. Sono stato di stanza a Milano, poi ho cercato di avvicinarmi e, avendo ottenuto delle menzioni sul lavoro, sono riuscito ad arrivare a Vibo Valentia. Sei mesi dopo il trasferimento ho deciso di mollare tutto. Ho iniziato a lavorare per un’azienda reggina, occupandomi in particolare della logistica, ma l’idea di un’attività imprenditoriale continuava a frullarmi nella testa. Il caso a volte è strano – sorride – la birra artigianale, sotto forma di segni diversi mi appariva sempre davanti, anche a lavoro.

Così – continua Ferdinando – la mia passione per la birra artigianale ha cominciato a riemergere. Ci trovavamo nel periodo clou (2010 – 2015) del boom delle birre artigianali, durato circa un ventennio, che ha visto la creazione di realtà importanti soprattutto al nord. Bramavo che il fenomeno si propagasse anche il sud. Ho cominciato a pensare che a Reggio mancasse un microbirrificio; desideravo che anche i reggini avessero il loro punto di riferimento per la birra artigianale, fortemente radicato nel territorio.

Com’è avvenuto il passaggio dalla teoria alla pratica?

Nel 2014 ho iniziato a fare un’indagine del fenomeno e delle tecniche di produzione. Non avevo idea di come si producesse una birra artigianale, né di quali fossero le competenze e l’attrezzatura necessaria. Avevo fatto degli studi nel 2001 sul settore, quando ero ancora in finanza. Sono ripartito da quello e ho iniziato a formarmi. Ho seguito i corsi CERB, Centro di Eccellenza per la ricerca sulla birra, dell’università degli studi di Perugia, più il percorso per diventare imprenditore della birra presso l’università di Udine.

L’Italia – sottolinea perplesso – nonostante la lunga tradizione brassicola, non ha ancora attivato un corso di laurea specifico per diventare mastro birraio. L’alternativa è partire da un percorso di studi universitari come Agraria o Tecnologie alimentari e successivamente specializzarsi nella produzione della birra seguendo percorsi organizzati da enti riconosciuti.

Sembra un iter lungo…

È fondamentale fare esperienza! Io ho avuto la possibilità di incontrare alcuni birrai per approfondire sia a livello teorico che pratico il funzionamento dei birrifici. Molto importante anche il confronto con i colleghi per capire i maggiori trend del mercato ed entrare in contatto con i fornitori. I corsi frequentati mi hanno permesso di conoscere i sistemi di produzione utilizzati in Italia. Volevo valutare i tipi d’impianto. Alla fine ho optato per quello che mi garantiva qualità ottimizzando al massimo la produzione.

Come hai sostenuto i costi?

Prestiti privati erogati dalle banche; fondi personali più un finanziamento di Invitalia. La comunicazione non verbale ci fa capire che non è stato semplice, ma Ferdinando, pungolato, insiste: La mia scelta è dovuta al legame con la terra e all’affetto verso la famiglia.

Il percorso che hai seguito ha dato un ottimo risultato. La birra è davvero buona. Cosa fa la differenza?

Credo che alla base di tutto ci sia la scelta del prodotto da sottoporre al consumatore. È lui che decide il mercato. Puoi inventare uno stile, ma devi essere consapevole che non potrà piacere a tutti. Altro aspetto importante è il rapporto tra materia prima, luppolo e malti.

Scelgo io gli ingredienti da combinare – prosegue con soddisfazione – Bisogna sapere che a seconda della varietà del chicco d’orzo scelto e della temperatura di cottura si ottengono malti differenti che esprimono sentori diversi. Allo stesso modo il luppolo conferisce il sapore amaro alla birra arricchendone l’aroma.

Ho letto che anche l’acqua è fondamentale.

Sì. Il 90 – 95% della birra è composto d’acqua che determina, grazie alle sue peculiarità, quelle che saranno le caratteristiche del prodotto finito. Le sostanze disciolte nell’acqua attivano o inibiscono gli enzimi responsabili della trasformazione dell’amido in zucchero. I birrifici industriali utilizzano acqua distillata, mentre noi impieghiamo l’acqua di Gallico, microbiologicamente pura e costantemente monitorata. Così la nostra birra sarà sempre uguale, ma al contempo unica rispetto alle birre esistenti in commercio.

Attualmente per le materie prime vi rivolgete fuori?

Sì, ma stiamo partecipando a un progetto che unisce produttori e birrifici calabresi per la sperimentazione di grano e luppolo indigeno. L’obiettivo è creare tra qualche anno una filiera corta autoctona.

Si valuta una produzione in Calabria di 2 quintali d’orzo che saranno maltati a Pavia e distribuiti ai birrifici calabresi.

Per l’occasione noi produrremo una birra con la dicitura specifica “orzo calabrese” – il suo orgoglio è evidente.

Come mastro birraio del Birrificio reggino non hai nessun segreto?

A mio avviso la semplicità del metodo. Quando siamo partiti abbiamo deciso di rimanere sul classico, lanciando una birra non aromatizzata. Il nostro obiettivo era dimostrare che si poteva fare birra anche a Reggio, anzi a Gallico. Ci siamo attenuti agli stili più consumati in Italia, creando una belgian Ale in due versioni, una bionda, la più venduta e una scura, per il periodo autunnale. Il nostro intento adesso è quello di creare un prodotto legato al territorio endogeno. Una nostra peculiarità: lavoriamo sempre con prodotti naturali.

La vostra birra è già made in Reggio, come potrete caratterizzare ancora questo legame?

Nel 2019 dovremmo commercializzare una birra speziata con ingredienti tipici quali scorza di bergamotto, carruba e, per il territorio dell’Aspromonte, il grano iermano o iurmano. In quest’ultimo caso si tratta di una richiesta specifica da parte degli esercenti commerciali di Gambarie. All’inizio volevano che utilizzassimo l’acqua delle sorgenti di montagna, ma per noi era fondamentale avere un ingrediente che avesse un carattere più radicale.

Ho letto che il grano iurmano non è altro che la segale. Si tratta di una cultivar introdotta dai tedeschi sul nostro territorio durante la prima guerra mondiale e fino agli anni ’50 ha rappresentato l’ingrediente principe della panificazione nel sud d’Italia. Interessante!

Da quello che dici capisco che arte della birra e ricerca continua vanno di pari passo.

Passione e voglia di sperimentare sono essenziali. Ad ottobre inizieremo una collaborazione con agraria. Ci piacerebbe creare dei prodotti realizzati con materie prime calabresi.

Ci tengo a dire che siamo aperti a collaborare con aziende calabresi interessate a sviluppare nuovi prodotti. Nel nostro stabilimento, infatti, possiamo creare bevande a base di birra o infusi.

Siamo fortemente determinati a portare ricchezza nella nostra città in primis, in Calabria in generale, dando lustro alla nostra terra.

Attualmente servite principalmente il territorio regionale. Siete interessati a espandervi?

Sicuramente. Abbiamo già contatti fuori dalla Calabria – nel 2017 il 10% della produzione è stata destinata ad attività extra Calabria – e stiamo pensando a dei prodotti per il mercato internazionale con aromi a base di frutti tipici, quali arance, castagne, annone, ma anche erbe aromatiche autoctone che possano essere impiegate per creare infusi.

Una provocazione – aggiunge Ferdinando mostrando tutta la sua passione – vi sembra normale che il tè al bergamotto sia una produzione britannica?

Il nostro invito alle aziende calabresi è di fornirci le materie prime per poi lavorarle presso il nostro stabilimento.

Con la birra e con i suoi scarti siamo in grado di aromatizzare diversi prodotti. Ad esempio ho creato la gelatina alla birra.

Ci sono molti utenti che ritengono la birra artigianale troppo cara rispetto a quella industriale. Cosa risponderesti a queste persone?

È come mettere a confronto gelato industriale vs gelato di Cesare.

La birra artigianale è integrale (non è microfiltrata); è rifermentata in bottiglia e conserva tutte le proprietà dei suoi ingredienti naturali. Inoltre è prodotta da birrifici indipendenti e da aziende che non devono superare i 200mila ettolitri l’anno, incluse le quantità di birra prodotte per conto di terzi. È un prodotto sano; vivo (matura in bottiglia); riesce ad esaltare varie caratteristiche degli ingredienti. Anche la gassatura avviene con un processo naturale, direttamente in fase d’imbottigliamento. Le industrie invece abbreviano il processo produttivo.

Del resto, noi come azienda non vogliamo svendere il prodotto. La qualità è un valore che ha un prezzo. È anche la differenza sostanziale con le birre industriali.

Allo stesso modo, non cerchiamo di commercializzare ovunque la nostra birra, ma scegliamo pochi punti vendita che ci possano rappresentare a livello d’immagine e d’ideologia.

Come azienda radicata sul territorio, siete aperti al confronto con i giovani. Avete attivato percorsi di alternanza scuola – lavoro?

Quest’anno non abbiamo nulla di formale; nel 2017 invece abbiamo realizzato dei percorsi formativi con l’ITI Panella per consentire agli alunni dell’istituto di approfondire le conoscenze in questo campo e sviluppare delle idee specifiche per il settore delle bevande. Speriamo che il progetto riprenda e che i ragazzi possano finalizzare la loro idea progetto.

Un’altra esperienza concreta è stata portata avanti con uno studente di agraria per l’acquisizione di crediti formativi. Adesso è in procinto di laurearsi.

Ci teniamo comunque a sottolineare che siamo aperti a sposare progetti culturali, non di massa. Vogliamo imprimere un segno profondo nella città valorizzando serietà e professionalità.

Non ci resta che brindare alla breys.

Vi informiamo che il birrificio offre degustazione di birra su prenotazione, ma – ancora più suggestivo – è possibile assaggiare la birra durante le giornate di produzione.

Per gli appassionati, inoltre, lo stabilimento è a disposizione per l’organizzazione di eventi.

Per informazioni è possibile chiamare il numero 371- 1193995.

Vi invitiamo a seguire la pagina facebook facebook.com/birrificioreggino e visitare il sito internet birrificioreggino.com per rimanere aggiornati sulle novità.

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